Il Centro Astalli è un centro di accoglienza per minori situato a Librino e Padre Gianni Di Gennaro ne è il referente: ci accoglie raccontandoci le storie dei ragazzi, prima ancora che quella del Centro stesso. “Io ho un vantaggio: ho vissuto in Africa, Sudamerica e India per degli anni, poi mi sono occupato di cooperazioni internazionali e questo mi ha portato a sviluppare una sensibilità per le persone che provengono da questi paesi, non è un caso che mi hanno mandato qui a lavorare.” Si presenta così, ed è da subito disponibile a rispondere alle nostre curiosità sull’immobile.

Con quali modalità vi è stato assegnato quest’immobile?

Il bene ci è stato dato in comodato d’uso e ogni tre anni bisogna rinnovare la richiesta da effettuare al Consorzio Etneo per la Legalità e lo Sviluppo, ente che opera per il trasferimento dei beni confiscati alla mafia. Il Consorzio affida il bene al Comune e contemporaneamente, con i soggetti presenti nell’incontro, viene passato all’Ente che lo gestisce: in definitiva il responsabile è il Comune che attraverso i Vigili Urbani ne verifica l’utilizzo.

La richiesta per farvi assegnare questo immobile a quando risale?

La richiesta risale al 2011/2012. Alcuni funzionari volevano che prendessimo questa attività in gestione in quanto seguivano con interesse l’attività del centro Astalli che veniva svolta solo con servizio di volontariato (abbiamo circa quattrocento volontari). Da precisare che siamo presenti al carcere di Bicocca, al carcere di piazza Lanza e praticamente dove ci sono gli immigrati in carcere offriamo servizi di lingua italiana e doniamo abbigliamento usato in buone condizioni.

Quando vi è stato assegnato ufficialmente?

Il bene ci è stato assegnato a dicembre del 2013: si tratta di un garage nel quale sotto c’era un appartamento, sicuramente della mamma del proprietario.

In cosa consiste la vostra attività?

Il centro Astalli nasce ufficialmente con uno statuto nel 2008 ma di fatto prima dello statuto era un gruppo di volontari che già sei/sette anni prima aveva iniziato questa attività con i primi immigrati che c’erano. Offre un servizio di sportello legale che è molto apprezzato: si tratta di giovani avvocati che si sono specializzati in materia di accompagnamento di richiedenti asilo o dello status di rifugiati. I nostri volontari vengono chiamati al CARA di Mineo o al carcere di Bicocca, dove ci sono diciassette minori, soprattutto egiziani, andiamo anche per attività di animazione. Non vogliamo fare della nostra attività un’attività esclusiva, ma riteniamo che dovremmo contagiarci reciprocamente con le istituzioni soprattutto per la visione del trattamento verso i ragazzi e quindi non ci neghiamo la possibilità di lavorare con il centro di accoglienza a Catania, con il PM di Acireale e Bicocca. Il nostro rapporto si traduce nella presenza dei mediatori culturali di cui questi ragazzi hanno bisogno, alcuni servizi come la lingua italiana e, perché no, anche l’accompagnamento dei ragazzi.

Questo garage è stato riorganizzato in modo tale da ricavare degli ambienti, anche se la struttura non si presta (se puntiamo sulla qualità dei servizi) per dei ragazzi che sono già traumatizzati da tante esperienze, poiché i ragazzi si devono muovere e non restare chiusi nella struttura. Abbiamo costruito un itinerario che prevede la loro libertà di movimento: infatti si recano tutti i giorni al nostro centro di servizi in via Tezzano, 71, vicino alla stazione per le lezioni dell’apprendimento della lingua italiana. I ragazzi mussulmani possono, se vogliono, andare in moschea; così i ragazzi cristiani, se vogliono, possono andare in chiesa e quindi il nostro compito è quello di creare le condizioni per favorire i loro spostamenti.

Subiscono un periodo di tensioni all’inizio perché sono ragazzi che provengono fondamentalmente dall’Africa, paesi con percentuali alte di mussulmani e paesi con percentuali alte di cristiani. La convivenza per loro non è facile e naturalmente riproducono quei modelli di comportamento e quegli stili di vita appresi nel loro paese. Lo psicologo è stato abbastanza abile nel riuscire a creare una forma di sinergia tra le due componenti al punto che i ragazzi mussulmani sono curiosi di conoscere la chiesa cristiana e i ragazzi cristiani sono curiosi di andare alla chiesa mussulmana. Difatti siamo in contatto con l’Imam perché ci teniamo che questi ragazzi possano vivere in un ambiente dove venga riconosciuto il loro patrimonio culturale e riconosciuta la loro dignità.

Un’altra operazione utile è stata quella che riguarda il catering esterno di cucina italiana: ci siamo accorti che i ragazzi non gradivano la cucina italiana e dopo varie ricerche abbiamo trovato un catering senegalese che fa cucina etnica, infatti arriva due volte al giorno il pasto, pranzo e cena, e i ragazzi ne sono felicissimi!

L’integrazione è un concetto estremamente ambiguo: noi dovremmo parlare di inclusione perché l’inclusione non prevede il doversi adattare a tutti gli stili ma richiede certamente il riconoscimento di alcune norme comuni, l’integrazione invece significa l’adattarsi al nostro stile in quanto ospite. Noi siamo completamente lontani da questa filosofia lavoriamo in modo tale da riconoscere che essi hanno un’esperienza, hanno una storia, hanno dei traumi.

I ragazzi mi hanno mostrato delle foto scattate in Siria: si trattava di fasci di teste umane, come se fossero rose, corrispondente alla violenza che hanno usato nei confronti dei loro genitori, parenti o amici. Parliamo di ragazzi di dodici anni che hanno vissuto questo tipo di esperienza e che vengono segnati ed è in questo clima che noi dobbiamo fare ogni sforzo, proporzionato alle nostre possibilità, per riconoscere il loro patrimonio, la loro sensibilità.

Il Comune ci porta ragazzi che trova per la strada, in quanto è competente per i minorenni sul proprio territorio, chiedendo di accoglierli perché sanno che da noi possono avere un pasto, un letto e delle persone che cercano di trasmettere un po’ di calore umano. Devo dire che siamo molto apprezzati per il lavoro che svolgiamo e il semplice segnale è quello che i ragazzi non scappano. Questa struttura, che ripeto non è adeguata, è un posto di primissima accoglienza in cui i ragazzi possono stare da uno a tre mesi, nel frattempo deve avvenire tutta la procedura per il passaggio ad un centro di accoglienza di secondo livello dove restano fino alla maggiore età. Qui abbiamo un turn over, che ci obbliga a non avere dei programmi a media e lunga scadenza. I ragazzi minorenni devono stare con quelli della loro età, non possono stare in situazioni di promiscuità.

Quanti immigrati avete ospitato?

Generalmente da noi arrivano circa 6.500/7.000 immigrati all’anno: dal ragazzo che vedi per la prima volta e non vedrai mai più a quello che ritorna con regolarità.

Come vi finanziate?

Con benefattori e in minima parte con l’otto per mille perché siamo una Onlus, infatti l’anno scorso con l’8 per mille abbiamo raggiunto 2.600 euro. Principalmente, con gente che ci sostiene con le offerte. Quando abbiamo delle necessità si lancia un messaggio alla gente della parrocchia dove io vivo. Tenere una struttura per i ragazzi significa avere parecchio denaro anche perché le istituzioni pubbliche non pagano con regolarità, non abbiamo ricevuto ancora i soldi di tutto un semestre. Il volontariato viene fatto per quelle attività che non comportano delle spese regolari ed esigenti: paghiamo tre operatori di cui due professionisti, uno psicologo e una mediatrice culturale; il cibo (siamo arrivati ad avere un massimo di 26 ragazzi) e le utenze.

Il Comune e la Prefettura ricevono i soldi dal Ministero degli Interni ed è proprio il Ministero degli Interni che non è puntuale e quindi dobbiamo anticipare. In modo molto pratico a chi ci fornisce i servizi il pagamento viene fatto ogni due settimane, le spese vengono effettuate sapendo che prima o poi i soldi arriveranno, si sa che con le istituzioni pubbliche si lavora così! Lo spazio è dignitoso, ma non assolve a tutte le necessità, ha anche delle opportunità e possibilità che permettono ai ragazzi di muoversi con una certa libertà, lo abbiamo attrezzato con alcuni giochi e attività ricreative.

Avete mai ricevuto ritorsioni a causa dell’assegnazione di questo bene?

Per quanto io possa avere memoria no, pur sapendo che ci sono dei parenti ma non ci sono state ritorsioni. La cultura mafiosa è interessante per certi aspetti: la mafia all’interno ha una struttura di solidarietà ed è una solidarietà che è molto attenta a certi fenomeni, come per esempio quello dei ragazzi immigrati. Naturalmente la mafia saprebbe anche usare queste presenze se lo volesse, ma la donna, che è un soggetto unico all’interno del sistema mafioso, ha poi una sua capacità di empatia con queste situazioni di grande emergenza che va al di là di ogni aspettativa. Qui per esempio abbiamo avuto qualche manifestazione da parte di qualche donna che è venuta a chiedere se i ragazzi avevano bisogno di qualcosa o se potevano uscire con i propri figli. Questo ci ha sorpresi: è ovvio che non è un fenomeno di massa.

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