Prima della nascita dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, l’Agenzia del Demanio attraverso la Prefettura si occupava dell’assegnazione dei beni confiscati. Addio Pizzo e Libera sono le uniche associazioni che hanno avuto un bene confiscato assegnato con questa modalità.

L’avvocato Marialuisa Barrera, portavoce di Libera, ci racconta dell’assegnazione di tali edifici in via Finocchiaro e in via Savasta.

Quando vi è stato assegnato questo immobile?

Il bene ci è stato assegnato in comodato d’uso dall’Agenzia del Demanio tramite la Prefettura il 25 giugno del 2009.

Che durata è prevista per l’assegnazione di questo immobile?

Il contratto di comodato d’uso stipulato con il Comune è della durata di nove anni. Si è trattato del primo caso di assegnazione di un bene confiscato a Catania, effettuato in tempi brevi proprio perché voluto dalla Prefettura.

Il comodato d’uso prevede solo il pagamento del condominio, delle pulizie e delle utenze. L’immobile è utilizzato sia da Libera che da Addio Pizzo, associazioni che si autofinanziano con la vendita di prodotti, il tesseramento, la raccolta fondi e le donazioni.

In cosa consiste l’attività di Libera?

Libera si occupa di legalità in campi diversi. Forse è l’unico coordinamento che è organizzato in gruppi di lavoro chiamati “officine”.

L’Officina Ambiente, da poco costituita, tratta tutte le problematiche di legalità nel campo ambientale. L’Officina Beni Confiscati cerca di valutare l’utilizzo dei beni confiscati e ottenere inoltre maggiore trasparenza in materia. L’Officina Giustizia tratta tematiche inerenti la giustizia mentre l’Officina Internazionale tutte le problematiche di legalità di natura internazionale. Infine ci sono l’Officina Comitato Legalità Festa di Sant’Agata e l’Officina Memoria per le vittime di mafia.

Ai gruppi può partecipare chiunque. Gli aderenti a Libera possono partecipare e portare tutte le loro competenze oppure semplicemente ascoltare su ciò su cui si sta lavorando.

Per quanto riguarda l’Officina Beni Confiscati come è stata avviata e quali progetti avete intrapreso sino ad oggi?

L’Officina Beni Confiscati ha iniziato lavorando al progetto del regolamento, trascrivendo prima la bozza e poi la stessa è stata sottoposta all’attenzione della Conf Cooperativa Catania.

Tutto questo è nato dalla partecipazione ad un convegno riguardante l’assegnazione dei beni confiscati alla mafia. Durante il convegno si è parlato dell’iter, delle associazioni e di tutto ciò che riguardava l’argomento beni confiscati. Da quel convegno le associazioni hanno cominciato a chiedere quale fosse l’iter per poter ottenere un bene confiscato e si è capito in quell’occasione che nessuno aveva le competenze per poter chiarire tutti i dubbi legati all’assegnazione di questo tipo di beni. Inoltre non si sapeva quali erano gli immobili confiscati effettivamente presenti a Catania.

Libera ha presentato una richiesta al Comune per ottenere una lista di beni confiscati. Per accertare l’uniformità dei dati, Conf Cooperative Catania ha fatto la stessa richiesta, non solo al Comune di Catania, ma a tutti quelli etnei. Una decina di Comuni hanno risposto e di questi dieci qualcuno ha dichiarato di non avere beni confiscati nel proprio territorio. Il Comune ha rilasciato a Conf Cooperative Catania la stessa lista che ha inviato a Libera. Da quella seconda richiesta, la lista è diventata pubblica, perché i dati erano già stati messi in circolo e sul sito del Comune di Catania si trovava già pubblicata la lista. Nella stesura del regolamento è stato chiesto che la lista fosse pubblica, dettagliata, con riferimenti alle particelle catastali.

Quale iter è previsto per ottenere un bene confiscato?

Il bene viene prima sequestrato al presunto mafioso. Dopo un iter che avviene in Tribunale, se il mafioso non riesce a dimostrare che quel bene è il frutto di attività economiche lecite, il bene viene confiscato.

Il sequestro nasce perché si ipotizza che il bene, qualunque sia la natura, sia il risultato di un’attività economica illegale e soprattutto quando vi è una sproporzione tra il reddito dichiarato dal presunto mafioso e i beni di cui risulta essere intestatario. Se per esempio risulta essere disoccupato, ma nello stesso tempo possiede ville e macchine, vi è una sproporzione evidente e quindi quei beni vengono sequestrati, fin quando il sospettato riesce a dimostrare che tutto è invece il frutto di attività lecite. Se non riesce a dimostrarlo i beni passano nelle disponibilità dell’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati. Quest’ultima si occupa di valutare le possibili destinazioni d’uso. Innanzitutto si accerta che il bene possa essere utilizzato per scopi istituzionali, per esempio come sede di caserme o uffici pubblici. Quando invece non ci sono esigenze istituzionali, i beni vengono assegnati ai Comuni dove sono ubicati gli stessi immobili. A sua volta il Comune può utilizzare questi immobili per scopi propri oppure, se non ne ha bisogno, possono essere affidati ad enti che non hanno scopi di lucro.

Chi può richiedere un bene confiscato?

Purtroppo su questo argomento c’è un po’ di confusione, perché molti pensano che basti essere un’associazione per poter fare richiesta di un bene confiscato.

Il Codice Antimafia dà un elenco abbastanza preciso degli enti che possono richiedere l’assegnazione di un bene confiscato: sono organizzazioni di volontariato e non associazioni, quindi ONLUS, cooperative sociali, centri terapeutici per tossicodipendenti. Il Codice Antimafia ci dice che l’assegnazione di beni confiscati deve avvenire seguendo un criterio di trasparenza e questo avviene quando si garantisce ai potenziali destinatari di avere le stesse condizioni di accesso al bene confiscato.

Fino a qualche tempo fa accadeva che l’associazione interessata all’assegnazione di un bene confiscato, si presentava all’Ufficio Patrimonio del Comune e chiedeva l’assegnazione di un bene per la propria attività. Presentava una richiesta semplice, senza nessun formato particolare, allegava il proprio statuto e se c’era il bene disponibile otteneva l’assegnazione. Il problema era: ma tutte le altre associazioni che magari non hanno le informazioni necessarie per fare la richiesta?

Inoltre questo criterio di assegnazione non garantiva al cento per cento la trasparenza in modo univoco. Ed è per questo che è stato proposto il regolamento che ha come base il bando pubblico. Il criterio di trasparenza si realizzerà solo quando il Comune di Catania pubblicherà un bando dove dichiarerà la disponibilità di un bene immobile confiscato alla mafia, con indirizzo, caratteristiche e condizioni, e le possibili destinazioni d’uso.

Le associazioni che rientrano nella lista del Codice Antimafia hanno la possibilità di presentare dei progetti che possano garantire maggior beneficio alla comunità, perché comunque la finalità dell’assegnazione è sempre di utilizzo sociale, non l’utilizzo per scopi propri dell’eventuale associazione. Il bando pubblico richiede quindi la formazione di una Commissione che possa valutare i progetti: quello che sarà ritenuto il più meritevole vincerà il bando e quindi avrà l’assegnazione del bene.

Il regolamento sui beni confiscati a Catania cosa ha portato di positivo ad oggi?

Il regolamento è stato approvato un anno fa: c’è stata una delibera del Consiglio Comunale votata all’unanimità. Il problema ora è attivare tale regolamento: i beni a disposizione per l’assegnazione ci sono ma non si capisce il perché non sia stato ancora attivato il regolamento!

Il regolamento prevede inoltre l’istituzione di un ufficio addetto a fornire informazioni sui beni confiscati, ma purtroppo non si ha evidenza di questo.

L’unica cosa presente nel regolamento che è stato effettivamente messo in atto è stata la pubblicazione della lista dei beni, per il resto nient’altro è stato fatto.

Una cosa però è certa: essendo presente adesso un atto del Consiglio Comunale, tutte le assegnazioni dovranno passare attraverso il bando pubblico.

E l’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati come si colloca in questo meccanismo?

L’idea di avere un’Agenzia Nazionale era ottima, ma purtroppo è l’organizzazione interna che è insufficiente a gestire un patrimonio immobiliare che è a livello nazionale. I tempi molto lenti sono anche condizionati dai tempi giudiziari: infatti dal sequestro alla confisca la competenza è del Tribunale, per cui c’è un processo di primo grado, uno di secondo grado, l’appello e infine la Cassazione.

Secondo Libera in che modo si potrebbe intervenire per evitare di fare andare in rovina i beni confiscati, visti i tempi lunghi che spesso sono previsti per ottenere l’assegnazione?

Un bene sequestrato che viene gestito dall’amministratore giudiziario, non essendo vissuto, rischia di distruggersi. Succede quindi che nel tempo che intercorre tra la fase di sequestro e quella di confisca e di assegnazione, il bene corre il rischio di essere ristrutturato interamente.

Si sta pensando di intervenire nella fase di sequestro, creando un meccanismo di collaborazione tra il Tribunale competente e l’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati per l’assegnazione temporanea del bene sequestrato. Il proprietario ha tutto l’interesse a vederlo affidato, perché sa che il bene non verrà distrutto. L’obiettivo è quello di mantenere integro il bene cosicché se il proprietario dovesse essere riconosciuto innocente gli verrà restituito, forse meglio di prima. Se invece dovesse essere riconosciuto colpevole, il bene verrà confiscato e assegnato non in condizioni disastrose, ma vivibile già dall’inizio. Tutto questo dovrebbe avvenire con tutte le precauzioni del caso.

Quando si parla di beni non si parla solo di appartamenti o ville, ma anche di terreni agricoli. Intervenire nella fase di sequestro è importantissimo, perché molto spesso vengono sequestrati agrumeti e uliveti. Quando c’è una produzione consistente l’amministratore giudiziario, coadiuvato da professionisti, permette che continui la produzione. Ci sono stati purtroppo dei terreni che sono andati distrutti, dove non si può fare più nulla.

Affidare un terreno durante la fase di sequestro, ad esempio ad una cooperativa di ragazzi che possano lavorarci, rende il terreno vivibile perché viene curato e quindi nel momento decisivo di restituzione o confisca e assegnazione, il terreno continua ad avere un valore.

Trapani è un esempio eccellente in quanto ad assegnazioni provvisorie. Il Tribunale di Trapani nel momento in cui emette il provvedimento di sequestro già è proiettato nell’assegnazione ad una cooperativa di ragazzi che possa garantire il mantenimento del terreno. Per esempio una volta sono stati sequestrati degli uliveti proprio nel periodo della raccolta delle olive: se il terreno fosse stato abbandonato, il danno economico sarebbe stato notevole perché tutte quelle olive non sarebbero state raccolte. Una cooperativa di ragazzi ha avuto affidato quel terreno, ha fatto la raccolta delle olive ed è ancora lì a coltivarlo.

La questione naturalmente è valida sia per gli edifici che per i terreni, ma anche per le aziende confiscate, anzi qui entriamo in un argomento ancora più complesso e difficile da risolvere. Però la filosofia è quella: intervenire già nella fase di sequestro, con gli strumenti adatti da coordinare poi con il Tribunale, per poter mantenere i beni in modo tale che poi non si dica “Quando c’era il mafioso si stava meglio! Quando interviene il Tribunale invece possiamo andare tutti a casa perché perdiamo il posto di lavoro!”: questo ovviamente non dovrebbe e non deve accadere.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata