… perché il mondo è la casa di tutti

La lunga giornata del 20 aprile è iniziata al porto di Catania alle ore 10.30 ed ha visto sfilare diverse autorità tra le centinaia di giornalisti provenienti da tutto il mondo. Una vera e propria passerella per la più grande strage avvenuta nel Mediterraneo dal dopoguerra: si presumono circa ottocento vittime. Erano presenti il prefetto, il Sindaco Bianco (e vari assessori), il presidente della Regione Crocetta, il ministro delle infrastrutture Delrio e il procuratore Salvi. Proprio quest’ultimo ha dichiarato che tra i superstiti sono stati assicurati alla giustizia i due scafisti. Ma c’era soprattutto un comitato di cittadini lì per dire no al razzismo e sì alla vita, per dire “Mai più naufragi, diritto d’asilo europeo!” come recitava uno dei tanti striscioni.

L’attesa della nave della Guardia Costiera è stata lunga. Hanno costretto giornalisti a restare dietro le transenne per oltre 12 ore e quando i superstiti sono sopraggiunti non è stato comunque possibile avvicinarli.

Ma che vengono a fare qua che non possiamo campare neanche noi più? Noi versiamo le tasse per farli vivere nel lusso! Non siamo padroni neanche a casa nostra più!” o addirittura “Ben gli stia se sono morti: loro non li ammazzano i cristiani nella loro terra?”.

Queste sono solo alcune delle frasi che possiamo cogliere sulla bocca di molti per strada, sull’autobus o sui social network in questi giorni. Sentirli è come affondare nel Mediterraneo insieme agli ottocento corpi che nella notte del 18 aprile hanno perso la vita, nonostante tutti gli sforzi fatti per aggrapparcisi.

Il paradosso è che, appartenendo al mondo occidentale, spesso c’è la presunzione di sentirsi più evoluti, ma sarà poi vero? Se non si riesce ad ammettere, per opportunismo o per ipocrisia, che la disperazione di un regime costringe quelle persone a scappare, ad abbandonare la propria terra per cercare di sopravvivere dignitosamente altrove, siamo davvero così civili?

Cosa ce ne facciamo delle nostre nobili Carte Costituzionali Europee se poi non riusciamo neanche ad immaginare di metterle in pratica? Questo al momento sembra che nessuno lo sappia, neanche tra le figure istituzionali che ogni qualvolta che accade una tragedia di tale portata ne approfittano per snocciolare tante belle parole di solidarietà che però, mancando di una base concreta, assumono solo il sapore dell’ipocrisia.

Il Comitato Antirazzista che il 20 aprile ha presidiato il porto di Catania attendendo i ventotto superstiti della sciagura sembra una minoranza in quest’Italia ormai allo sbando, noncurante della propria cultura cristiana basata sull’amore verso il prossimo, assolutamente incosciente dei doveri morali di ogni essere umano verso i propri simili, incapace persino di immedesimarsi nelle vite di questi disgraziati nonostante il ricordo della dittatura fascista vissuto dai nostri nonni sia stato l’altro ieri.

“E noi che ci possiamo fare?” Che ci possiamo fare noi se nelle loro terre vivono nell’incubo di essere perseguitati, torturati, uccisi solo perché qualcuno ha deciso di privarli della loro libertà? Che ci possiamo fare noi se la sera non possono dormire tranquilli perché rischiano di essere bombardati o se non sono liberi di pensare o di professare la religione che vogliono? Che ci possiamo fare noi se migliaia di bambini vengono privati della loro infanzia e sono costretti a vivere nel terrore? Che ci possiamo fare noi se osano avventurarsi nelle mani di individui che in nome del Dio Denaro hanno brevettato questo redditizio lavoro che consiste nel traffico delle vite umane?

Il voltarsi dall’altra parte, fingendo che ciò che accade a “casa altrui” non ci riguardi, equivale a non farci nulla. Che ci possiamo fare noi? “Noi non possiamo chiudere le porte all’umanità” come ha ricordato il Presidente della Regione Crocetta.

Non è possibile che un’Europa globalizzata, interconnessa col mondo, che si vanta della libera circolazione di merci, capitali e persone chiuda un occhio di fronte a ciò che accade al suo vicino di casa.

Non è possibile che dopo tutte le guerre fatte per esportare la democrazia ovunque, poi non siamo in grado di garantirla. Non è ammissibile che qualcuno immagini le frontiere come un portone da sbarrare e proteggere. Perché questa non è casa nostra: il mondo è casa nostra, la casa di tutti.

Autore

Ivana Sciacca

Laureata in Scienze della comunicazione, volontaria GAPA e collaboratrice de I Cordai e de I Siciliani giovani ha coniugato la vocazione per il sociale, la passione per la scrittura e la magia della fotografia. Da questo connubio è nata la volontà di provare a guardare ciò che ci circonda con occhi nuovi: uno sguardo che non si assopisce nel torpore della quotidianità e che si traduce attraverso l’immanenza delle immagini e la spinta riflessiva richiesta dalle parole.

Fotografie

Francesco Nicosia

La creatività e la passione del racconto mi hanno sempre portato a conoscere diversi media, dalla scrittura creativa, alla composizione musicale, fino ad arrivare alla fotografia. Le conoscenze acquisite durante la formazione nel settore informatico, mi permettono di trasmettere il mio amore per la fotografia anche attraverso i più moderni mezzi di diffusione della comunicazione. Il progetto artistico "Half faces", realizzato nel 2014, mi ha permesso di mettere insieme le due tecniche, fotografica e pittorica, creando delle opere In cui, la luce degli occhi e l’anima dei personaggi ritratti escono fuori, mostrando talvolta il lato estetico e anche il più intimo. Ed è questo l'obiettivo che propongo nei miei reportage fotografici: essere quanto più coerente possibile con la realtà che si mostra ai miei occhi.

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