Un quartiere a “luci spente” che vuole rinascere

Dopo l’iniziativa “Porte Aperte a San Berillo”, promossa dal Comitato Cittadini Attivi, che ha coinvolto e suscitato un discreto interesse nella comunità catanese, la curiosità di capire in che stato si trova il quartiere, e indagare i problemi che interessano i suoi abitanti è forte.

“Vent’anni fa era tutto diverso. In questo quartiere c’era tanta gente e allora sì che si lavorava e si campava meglio!”, risponde così Mary, prostituta nata e residente a San Berillo, spronata dalle domande riguardanti i problemi del quartiere. Ci si chiede se sia realmente cambiato qualcosa, ma la risposta di chi vive in questa zona è eloquente: “e chi canciau?nenti, non canciau nenti!”.

Camminando per le strade del quartiere quello che è rimasto sono molti edifici fatiscenti, tra cui alcuni dove una volta vi erano le “case” in cui donne extracomunitarie, trans e gay esercitavano il mestiere. Per un attimo si ha l’impressione di essere in un villaggio bombardato. Ci sono però anche palazzi e strade ristrutturati o in via di ristrutturazione.

San Berillo non è soltanto degrado, miseria e prostituzione. C’è voglia di riscatto e gli abitanti hanno dimostrato che la convivenza fra le varie etnie non è impossibile. Artigiani, extracomunitari, prostitute per lo più non siciliane, giovani e anziani condividono minuscoli spazi in pessime condizioni igieniche, cercando di mantenere un equilibrio basato su una tolleranza reciproca.

Le poche prostitute ancora presenti lavorano in condizioni proibitive. Per alcune di loro, in mancanza di alternative, fare questo mestiere diventa una necessità. Non riuscendo a guadagnare abbastanza con altri lavori, si prostituiscono per sopravvivere e mantenere i figli che studiano o altri familiari che vivono lontano e non sono a conoscenza della vita che conducono. Per altre invece la prostituzione è il frutto di una libera scelta, dettata dalla volontà di condurre una vita indipendente dal nucleo familiare.

Vivono nel quartiere ormai da anni e sono totalmente abbandonate dalle istituzioni. Come Rosaria, prostituta napoletana oramai sessantenne e con molte cicatrici nel cuore, che con molta dignità racconta: “Lo Stato? dov’era quando dovevo dar da mangiare ai miei figli?. Un giorno senza preavviso i poliziotti vennero e mi intimarono di uscire fuori di casa senza darmi alcuna spiegazione… se mi fossi chiusa dentro e avessi contattato i giornalisti non avrebbero avuto il coraggio di mandarmi via. Sono stata sfrattata pur avendo la residenza regolare, mentre ad altre di noi è stato concesso il diritto alla casa nonostante fossero abusive!”. Mary, prostituta avanti con l’età, sostiene che “il Comune dice di non avere soldi per aiutarci, ma non è vero e quindi noi abitanti del quartiere, non avendo come vivere, siamo costretti nostro malgrado all’illegalità”.

Nelle parole degli abitanti c’è anche un po’ di nostalgia per i tempi passati quando si respirava un grande calore umano, grande animosità e contatto tra le persone, anche tra coloro i quali vivevano in condizioni di disagio economico e ci si divideva quel poco che si possedeva con chi ne aveva di meno. Da questi racconti emerge la descrizione di un quartiere che viveva nella contraddizioni tipiche di un qualsiasi altro quartiere del centro storico. Lo sventramento attuato nel decennio ’50 – ’60 ad opera della società immobiliare ISTICA ha cancellato qualsiasi traccia. San Berillo probabilmente non aveva bisogno di un risanamento così drastico, che rappresentava allora come oggi un pretesto per debellare la prostituzione. Ciò che è stato fatto è inoltre la manifestazione di una speculazione edilizia che tutt’oggi è ancora aperta. Gli abitanti dal canto loro suggeriscono qualche idea concreta per recuperare la zona. Mary per esempio sostiene che “le categorie che non hanno lavoro potrebbero essere ingaggiate dal Comune ed essere inserite per lavorare nel quartiere”.

A San Berillo una volta coabitavano famiglie di operai e impiegati, gente onesta, artigiani presenti con tante botteghe come la bottega del vino, la salumeria, il fruttivendolo, la vetreria, il piccolo pastificio. In seguito il Comune ha promesso agli abitanti la nascita di un’area artigianale per favorire lo sviluppo di varie realtà lavorative ma nulla è stato fatto. Per recuperare la zona occorrerebbe favorire le diverse attività artigianali ristrutturando gli edifici e restituendo al tessuto urbano l’antico quartiere. Ciononostante rimane irrisolto il problema di come far coesistere tutto questo con la prostituzione. Guardando al passato le “case chiuse” presenti erano circoscritte in aree ben precise del quartiere. Se volgiamo lo sguardo al contemporaneo basta osservare il caso di Amsterdam, dove l’idea del “quartiere delle vetrine” sembra aver risolto le stesse problematiche. Si potrebbe far coesistere tutte le realtà lavorative con la prostituzione. Questa, se liberata dal disagio e regolamentata da un punto di vista sanitario, potrebbe garantire maggiore dignità a chi la esercita.

Un cammino ancora lungo quello di San Berillo, verso la riqualificazione e la rinascita culturale, sociale ed urbanistica. Il cambiamento è possibile ma deve realizzarsi attraverso il coinvolgimento di tutti coloro che abitano, lavorano e sono presenti nella zona. Ciò richiede una profonda e sincera attenzione e rispetto per le persone e la storia di questa parte importante della città.

Autori

Dario Lo Presti

Dario Lo Presti nasce a Catania nel 1983. Inizia ad appassionarsi alla fotografia negli anni universitari, sostenendo alcuni esami e frequentando un laboratorio di fotogiornalismo umanistico e sociale. Nei primi mesi del 2013 segue un corso di fotografia avanzato con la fotografa professionista Rosaria Forcisi, con l’obiettivo di sviluppare le tecniche fotografiche di base, affinare le sue capacità creative/visive e approfondire la conoscenza dei vari generi della fotografia professionale. Nello stesso anno collabora con l’Associazione Culturale Artea come fotografo degli eventi.

Daniela Calcaterra

La specializzazione in Progettazione Artistica per l'Impresa e quella in Conservazione, Tutela e Gestione dei Beni Storico Artistici, conseguiti presso l'Accademia di Belle Arti di Catania hanno accresciuto l’esperienza nel settore fotografico. Col tempo è maturata la consapevolezza della rapidità ed unicità intrinseche nel medium fotografico, tanto da sceglierlo tra i tanti strumenti atti a raccontare i piccoli frammenti del vissuto che costituiscono buona parte della memoria collettiva.

Alfredo Magnanti

Nato a Catania nel 1974, a diciassette anni completa gli studi umanistici e nel 2003 si laurea in Architettura presso la Facoltà di Reggio Calabria. Dallo studio della composizione e dalla gestione e realizzazione di renders fotorealistici usati per illustrare i progetti architettonici, nasce l'interesse per l'utilizzo dell'immagine fotografica come mezzo espressivo. Affascinato dall'universo fotografico, nel 2008 frequenta un corso base di fotografia analogica e digitale presso l'Associazione fotografica "Le Gru" di Valverde, alla quale si associa. Successivamente segue un corso avanzato di fotografia digitale presso lo studio professionale del fotografo Ignazio Mormino a Catania. Acquisita dimestichezza con la macchina fotografica, si appassiona al racconto fotografico e al reportage; nel 2013 frequenta un workshop di fotografia giornalistica tenuto dal fotoreporter catanese Fabrizio Villa è patrocinato dalla "Nikon School", lo stesso anno, partecipa ad un workshop di reportage fotografico seguito del fotogiornalista Emiliano Mancuso in collaborazione con il National Geographic Italia. Nel 2014, presso l'associazione GAPA di Catania, frequenta un ulteriore corso di fotografia sociale e giornalistica tenuto dal fotogiornalista Giovanni Caruso, il fotoreporter Alessandro Romeo e la fotografa Mara Maria Trovato, conclusosi con un seminario del fotogiornalista Tano D'Amico e impreziosito dalla cooperazione con le redazioni de "I Siciliani giovani" e "I cordai", con le quali attualmente collabora.

Francesco Nicosia

La creatività e la passione del racconto mi hanno sempre portato a conoscere diversi media, dalla scrittura creativa, alla composizione musicale, fino ad arrivare alla fotografia. Le conoscenze acquisite durante la formazione nel settore informatico, mi permettono di trasmettere il mio amore per la fotografia anche attraverso i più moderni mezzi di diffusione della comunicazione. Il progetto artistico "Half faces", realizzato nel 2014, mi ha permesso di mettere insieme le due tecniche, fotografica e pittorica, creando delle opere In cui, la luce degli occhi e l’anima dei personaggi ritratti escono fuori, mostrando talvolta il lato estetico e anche il più intimo. Ed è questo l'obiettivo che propongo nei miei reportage fotografici: essere quanto più coerente possibile con la realtà che si mostra ai miei occhi.

Post correlati

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata